dislessia un fenomeno sovradimensionato

Dislessia: un fenomeno sovradimensionato

Gli insegnanti di tuo figlio ti hanno avvisato che potrebbe essere dislessico. Hanno rilevato delle difficoltà di apprendimento, che si manifestano nella lettura e, in parte, anche nella scrittura e nel calcolo. Perciò ti consigliano di rivolgerti subito ai servizi sanitari per far valutare il bambino, al fine di una possibile certificazione che lo dispenserebbe da molte fatiche.

Lo ha rilevato anche uno specialista, che ha svolto uno screening a scuola, per monitorare delle potenziali difficoltà degli alunni; e il tuo bambino si è attestato ad un livello di particolare criticità.

Questo ti ha allarmato e ora vorresti capirne di più; perché in giro senti molte voci sulla dislessia e sulle difficoltà che i genitori affrontano per trovare delle soluzioni adeguate ai bisogni dei loro figli.

Ti senti a disagio perché il tuo bambino ti pare forse un po’ impacciato, ma sicuramente è intelligente e capace; perciò non sai capacitarti dell’allarme lanciato dalla scuola. Tuttavia, già senti su di te l’attenzione e la pressione di molte persone, per il fatto di avere un bambino che fa parte di quella diffusa cerchia di persone: i dislessici.

Se così fosse, sappi che sei in buona compagnia; perché ci sono molti, moltissimi genitori nella tua situazione; decisamente troppi.
Io ora ti spiegherò le ragioni per le quali non devi allarmarti e inizierò col farti conoscere una dinamica piuttosto diffusa nel settore, che coinvolge anche la dislessia. 

  1. La moda dell’autismo
  2. La moda dell’iperattività
  3. La moda della dislessia
  4. Le criticità normative sulla dislessia e i DSA
  5. L’etichetta di “diverso”, il fenomeno più pericoloso per la dislessia
  6. Dislessia: che cosa si può fare?

1. La moda dell’autismo

Io sono un pedagogista e ho iniziato ad occuparmi di bambini nel 2000. Ho avuto in carico situazioni con problemi molto complessi, di ogni età e con molte forme di disturbo: disturbi di apprendimento, del linguaggio, iperattività, autismo ed altro.

In questi decenni, ne ho viste di tutti i colori; ma la cosa che più mi ha rattristato è stata la speculazione che emerge attorno ai problemi delle persone e che conduce al becero fenomeno di etichettatura di cui ti parlerò dopo. Purtroppo, ruota un forte business anche attorno a questo tipo di persone; e l’attenzione di istituzioni e servizi si concentra spesso su alcune “tendenze”, o per meglio dire “mode”.

Per esempio, quando frequentavo l’università negli anni ‘90, il tema che andava per la maggiore era l’autismo. Se ne parlava molto e buona parte dei testi d’esame riguardavano questa tipologia di disturbi.

Appena ho iniziato a lavorare, mi sono occupato di molti bambini con autismo o sospetto di autismo; perciò venivo inviato dalla mia organizzazione ad aiutare le scuole e i servizi sociali per gestire bambini e ragazzi con questo tipo di disturbo.

C’era una ricerca frenetica di bambini potenzialmente autistici; come se fosse l’unico problema. Lo si percepiva nei convegni, nella discussione con gli insegnanti, con le assistenti sociali, con i genitori e con tutti gli operatori che si occupavano di bambini. Ricordo ancora un autista di scuolabus, che si sbilanciava in “diagnosi” di questo tipo verso alcuni bambini.

Come tutte le mode, prima o poi passa; anche se ha lasciato importanti effetti, come ad esempio un sovradimensionamento delle diagnosi che si esprime come una vera e propria “epidemia diagnostica” (M. Zappella, 2021).

2. La moda dell’iperattività

Dopo alcuni anni, al di là dell’intensificazione delle diagnosi, l’attenzione a questo tipo di disturbo è iniziata a scendere, perché all’orizzonte è apparso un nuovo interesse: la sindrome ADHD.

Ho vissuto nuovamente la medesima situazione dei miei primi anni di lavoro; in quel caso, la nuova morbosa ricerca era tesa a individuare bambini iperattivi. Se ne parlava ai convegni, a scuola, nei servizi sociali, in quelli sanitari e tra genitori. Tutti i bambini un po’ “agitati” sono diventati improvvisamente il bersaglio di queste osservazioni pruriginose.

Alla maggior parte dei tecnici del settore era sfuggita una cosa, che noi pedagogisti ed altri tecnici dell’educazione avevamo colto piuttosto bene: la società si è trasformata radicalmente a cavallo tra gli anni ’90 e 2000. Prima i genitori erano tendenzialmente onnipotenti, poi lo sono diventati i bambini.

Questo fenomeno ha invertito i ruoli e ha alimentato a dismisura le libertà che tanti bambini si sono potuti prendere, e che prima non avevano.
Per fare un esempio banale, se io da bambino fossi salito sullo scuolabus e avessi detto «Ciao!» all’autista o non lo avessi nemmeno salutato, anziché riverirlo con un «Buongiorno Signor Mario!», le avrei probabilmente sentite da lui, poi dalla mia maestra e poi dai miei genitori.

A questo sistema, indubbiamente eccessivo, ne è subentrato un altro ancora più estremo nel giro di un pugno di anni. In molti casi, oggi l’autista di uno scuolabus è fortunato se i bambini non lo insultano, e se arriva a fine settimana senza problemi di udito.

Questo cosa significa? Questo ci dice una cosa molto chiara: molti dei comportamenti più salienti in un bambino con queste caratteristiche (eccessivamente vivace, libero di fare e dire ciò che vuole in ogni momento, ecc.) si sovrappongono con notevole somiglianza ai comportamenti tipici di un bambino con ADHD; e questo ha creato una notevole confusione a tutti coloro che non sapevano cosa fosse l’ADHD.

Era evidente che non poteva essere decuplicato il numero di casi nella società; era altrettanto evidente che si stavano confondendo due fenomeni simili ma differenti. Per questa ragione, l’attenzione a rilevare quel tipo di disturbo era eccessivamente alta; mentre non c’è stato alcun interesse ad accompagnare i genitori dal punto di vista educativo attraverso la transizione in corso.

Anche qui, come tutte le mode, prima o poi passa. In questo caso, si è affievolita a seguito di un maggiore contenimento dell’uso degli psicostimolanti (M. Zappella, 2021).

3. La moda della dislessia

Nell’ultimo decennio, l’attenzione verso l’iperattività è scesa, ed è aumentata enormemente quella verso un altro tema di estremo interesse per alcuni: la dislessia, e più in generale i disturbi specifici di apprendimento (DSA).

Rispetto alle altre mode di cui sopra, i DSA hanno spopolato e stanno continuando ad attirare molta attenzione da parte di specialisti, servizi e scuole, fino al punto da aver spinto le istituzioni a emanare una legge dello Stato che normasse la materia (Legge 170/2010). Nessun altro disturbo ha mai ricevuto un’attenzione simile dal Legislatore.

Le criticità di questa spropositata attenzione sono state rilevate da più parti, anche se al momento sembra non ridursi. In particolare, è di estremo interesse l’allarme lanciato da fonti assai prestigiose, come quelle di cui ti parlo ora.

Penso, ad esempio al monito dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma, che alcuni anni fa ha rilevato che “1 bambino su 5 in Italia è considerato dislessico quando in realtà ha solo disturbi comuni”. Secondo l’indagine, infatti, i bambini a rischio dsa di fatto sono solo il 20% di quelli segnalati.

C’è poi il neuropsichiatra Michele Zappella che, in una sua recente pubblicazione, racconta di una vera e propria epidemia diagnostica in merito alla dislessia, che coinvolge bambini e ragazzi in difficoltà.

Infatti, Zappella spiega che la dislessia “rimane al centro dell’attenzione, con un forte aumento di diagnosi che quasi sempre inglobano nella loro definizione pochi casi a base genetica, che sono i veri casi di dislessia, e un gran numero di ritardi di lettura, che spesso hanno come controparte un insegnamento inadeguato e condizioni economiche famigliari precarie…”, avviando il bambino a “un destino che potrebbe evitare: quello di rimanere “diverso”, ora scuola, domani rispetto a un mondo del lavoro”. Sono parole molto chiare, che denotano gli effetti a cui stiamo andando incontro.

Si tratta di un sovradimensionamento del problema molto preoccupante, e lo è per diverse ragioni. Per spiegarlo, uso le parole del Direttore dell’IdO, che commentava il dato in questo modo: “segnalare come dislessici bambini che in realtà non lo sono comporta due gravi rischi: sono dirottati su percorsi alternativi come portatori di una disabilità che non hanno, con oneri economici non sostenibili e totalmente inutili, mentre il loro problema non solo non verrà affrontato ma lascerà un vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro curriculum studiorum”.

Al di là degli oneri economici, pur ingenti, è il vuoto di conoscenze a preoccupare; poiché è un altro dei limiti che condizionano i numerosissimi bambini che in realtà non hanno un disturbo specifico di apprendimento.
Forse la normativa ha aiutato a superare queste criticità? Vediamo di scoprirlo.

4. Le criticità normative sulla dislessia e i DSA

Purtroppo, di fronte ai due rischi di cui sopra, la normativa aggrava ulteriormente la situazione. Ad esempio, l’art. 4 delle Linee guida di cui alla L.170/10 non solo spinge le scuole a prestare la massima attenzione a questo disturbo (e agli altri no?); ma aggiunge addirittura che, “se poi l’osservazione pedagogica o il percorso clinico porteranno a constatare che si è trattato di una mera difficoltà di apprendimento anziché di un disturbo, sarà meglio per tutti”.

In realtà, i rilievi e le osservazioni che ho citato sopra evidenziano che non c’è nulla di cui rallegrarsi nel dirottare un bambino con un problema, verso un percorso clinico pensato per un altro tipo di problema; fenomeno, peraltro diffusissimo, come si è visto. E come se andassi dal meccanico per riparare una gomma e il tecnico mi togliesse il carburatore.

Inoltre, l’altra anomalia del percorso indicato dalle Linee guida riguarda l’osservazione pedagogica, che non si sa bene chi la operi, data l’assenza di pedagogisti nei servizi sanitari e, in molti casi, nelle istituzioni scolastiche. Una presenza che sarebbe, invece, dirimente nel riportare l’attenzione di tutti dal disturbo al bambino, e rendere più efficaci tutti i percorsi di presa in carico di bambini con disturbi e/o difficoltà.

Infine, un’ulteriore ambiguità nelle Linee guida riguarda l’assenza di un collegamento teorico-metodologico tra alcune delle attività suggerite (tipo l’orientamento spazio-temporale, l’attività psico-motoria, la narrazione, ecc.) e il deficit fonologico (di associazione segno-suono). Non si capisce come dovrebbe migliorare l’associazione segno-suono grazie alla psicomotricità.

Le ragioni ci sono, ma provengono da altri modelli teorici che si ispirano alle evidenze scientifiche sulla natura neuro-motoria della dislessia. Infatti, “una quantità di indicatori tradisce la natura motoria della Sindrome Dislessica”, non riconducibili alla funzione fonologica ma al dominio neuromotorio (Piero Crispiani, 2011).

Conoscendo le caratteristiche della dislessia, è molto più verosimile che la sua causa sia ascrivibile ad una sindrome motoria, pervasiva di altre funzioni esecutive. Ed è da questo approccio che si possono attivare le risorse più rilevanti. Che non sono quelle su cui tutti puntano l’attenzione, come la certificazione, le misure sostitutive, ecc., quanto piuttosto la progettazione di un trattamento abilitativo personalizzato a favore del bambino con dsa.

5. L’etichetta di “diverso”, il fenomeno più pericoloso per la dislessia

Un altro aspetto di notevole criticità riguarda l’etichettatura che riceve un bambino a seguito di una diagnosi; ancor più gravosa qualora la diagnosi sia sbagliata.

Lo spiega molto bene Michele Zappella in “Bambini con l’etichetta” (2021), raccontando il fenomeno e i suoi effetti: “E’ come se l’etichetta avesse cambiato qualcosa di profondo, soprattutto nella madre: il figlio è “diverso”, e lo è “per sempre”.

Una diagnosi di dislessia crea nelle madri uno stato di grande ansietà, perché “sono messe sotto pressione, come in una sorta di lavaggio del cervello”. Questo aspetto dovrebbe già sollevare molte perplessità rispetto a quello che affermano le Linee guida dicendo che anche un errore “è meglio per tutti”.

Infatti, la situazione che si crea quando l’etichetta viene interiorizzata, induce i genitori a non spronare più i propri figli ad acquisire maggiori capacità e a prepararsi al futuro, ma a spingerli nei “sentieri ristretti” della diversità.

Inoltre, essa produce un effetto analogo anche sulla scuola, la quale è “soddisfatta di una diagnosi che la solleva da ogni responsabilità”, e sugli insegnanti, ai quali non spetta più insegnare a leggere a un ragazzo con dislessia. Ora questo compete ai terapisti, che a loro volta “possono diventare ulteriori promotori delle attuali epidemie di dislessia”.

Il fenomeno di etichettare come “diverso” un bambino con queste difficoltà, viene amplificato dalla diffusione della diagnosi a molte persone che non dovrebbero saperlo, specie all’interno della scuola.

Infine, se si pensa che da questa etichetta non è per nulla facile liberarsi, è evidente la necessità di mantenere la calma più assoluta di fronte alla spinta che vorrebbe condurre a una precipitosa certificazione.
Allora che cosa si può fare di fronte alla dislessia?

6. Dislessia: che cosa si può fare?

Beh, già il fatto di conoscere la cornice entro la quale ci si inserisce in caso di sospetto DSA è importante per evitare scelte azzardate da cui non si torna indietro. Ad esempio una certificazione non necessaria, oppure la sottrazione della lettura alle esperienze del bambino alla lettura.

Ad ogni modo, sulla base di questi elementi, è importante non lasciarsi prendere dal panico qualora vi sia un’attenzione della scuola a segnalare il problema; molto probabilmente lo scrupolo sarà eccessivo. Inoltre, la segnalazione potrebbe essere del tutto fuorviante, con conseguenze pesanti verso i bambini in questione, a causa del “vuoto di conoscenze che si ripercuoterà pesantemente sul loro curriculum studiorum”.

Innanzitutto, bisogna pensare a limitare quanto più possibile quel vuoto di conoscenze a cui accennava l’IdO; poiché di fronte a questa epidemia diagnostica, serve mettere un freno.

A questo scopo, si può agire attraverso le precise avvertenze che segnala il prof. Piero Crispiani, uno dei massimi esperti in materia di dislessia, attraverso le quali si propone di coltivare il valore educativo del motto “Io non mi arrendo!”.

In sostanza, l’esperto esorta i docenti a non assecondare pratiche semplificative come farsi “scudo” della certificazione, ricorrere in modo eccessivo a misure sostitutive e dispensative favorendo l’inerzia del bambino, perdere fiducia nelle potenzialità del bambino con dislessia, ecc.

Inoltre, li invita a tranquillizzare le famiglie sulla natura solo strumentale, esecutiva, coordinativa, non intellettiva o psichica, dei disturbi specifici di apprendimento; i quali sono legati alla disprassia. Un bambino con dislessia non è un bambino con un problema ad apprendere la lettura, ma un bambino con una diversità nel modo di esercitare la funzione della lettura. La differenza è abissale e merita un approccio che ne tenga conto.

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